È vero che l’olio extravergine non filtrato (grezzo) è meglio di quello filtrato?

L’olio “velato” conquista all’istante, ma è davvero sinonimo di qualità superiore? Scopri cosa si nasconde dietro la torbidità dell’olio extravergine, perché alcuni giurano sul “grezzo” e altri filtrano sempre. La risposta non è scontata: c’entra la freschezza, ma soprattutto la stabilità nel tempo.

La moda dell’olio non filtrato ci ha sedotti con quell’aria contadina, densa, “genuina”. Quante volte hai scelto la bottiglia più torbida convinto fosse la più naturale e quindi migliore? Il problema è che tra naturale e duraturo c’è un mondo. Vuoi davvero versare oro verde oggi e ritrovarti un olio stanco, ossidato e piatto fra poche settimane?

Il punto da risolvere

Capire se quel velo di torbidità è davvero un plus o, al contrario, un campanello d’allarme per chi vuole un extravergine che tenga botta nel tempo. La confusione nasce perché associamo la densità del “grezzo” alle piccole produzioni del contadino di fiducia, quindi alla qualità “di famiglia”. E in effetti un non filtrato appena molito può essere irresistibile: profumi verdi, note erbacee, piccante vivace. Ma il quadro cambia in fretta. In sospensione, quell’aspetto lattiginoso nasconde micro-particelle di polpa e residui d’acqua: il mix perfetto per accelerare l’ossidazione e innescare difetti sensoriali.

Come si presenta, in pratica, il problema?

All’inizio l’olio appare torbido, con un deposito che col tempo si compatta sul fondo. I primi giorni tutto bene: profumi intensi, gusto pieno. Poi, via via, i toni vivaci scendono di giri. Possono affacciarsi sentori di morchia (quel vago odore di fondo di cassetta dell’oliva), una certa pesantezza, fino al temuto rancido. Se la bottiglia è in vetro trasparente, sotto luci o al caldo, il declino accelera: luce e calore sono nemici dell’olio extravergine tanto quanto ossigeno e umidità. Tecnologi alimentari, frantoiani esperti e scuole di assaggio lo ripetono da anni: per garantire stabilità e qualità nel tempo, l’olio o si filtra in modo corretto, o si decanta con rigore maniacale in più travasi. Non è una mania, è pratica professionale.

Qui entra anche un frammento personale

Il mio frantoio di fiducia, piccola realtà che fa qualità tutta l’anno, filtra con filtro a cotone: l’olio passa attraverso un “lenzuolo” di ovatta e si purifica per gravità. Risultato? Profumi netti, zero torbido, nessun residuo d’acqua a lavorare contro. È una scelta deliberata: preferire un extravergine più stabile e pulito, capace di restare extra-vergine fino all’ultima goccia, anziché un fuoco di paglia durato qualche settimana.

Perché serve urgenza?

Perché il tempo non perdona l’ossidazione. Se sottovaluti il problema, rischi di buttare soldi in una bottiglia che cala di qualità prima di metà stagione. Perdi polifenoli e freschezza, rovini piatti con un retrogusto stanco, e ti condanni a quella sensazione frustrante di “l’olio non sa di niente”. In casi estremi potresti non essere più davanti a un extravergine, ma a un olio che non rispetta i parametri sensoriali minimi di categoria. E il colpo finale? Quelle bottiglie trasparenti piazzate in scaffale sotto i neon: scenografiche sì, ma micidiali per la tenuta del prodotto.

Non filtrato vs filtrato: verità

Ecco il cuore del “gossip” tecnico. Un olio non filtrato è meraviglioso se lo consumi fresco e in fretta. Ma per durare, l’olio deve essere liberato da ciò che può farlo degenerare: sedimenti e acqua di vegetazione. Da qui il perché molti produttori seri filtrano sempre, o avviano una decantazione scrupolosa con ripetuti travasi in ambiente pulito e a temperatura controllata. Il filtraggio non ruba qualità: al contrario, blocca sul nascere i difetti legati alle fermentazioni residue e protegge profumi e gusto. Gli esperti del settore lo confermano: filtrare correttamente subito dopo la molitura è una delle azioni più efficaci per preservare la stabilità ossidativa e la freschezza aromatica nel tempo.

Questo non significa demonizzare il “grezzo”

Se ami quell’energia da frantoio, scegli un non filtrato a inizio stagione, prendilo in formato piccolo e stappalo spesso. Goditelo entro poco tempo, piatti a crudo, e non lasciarlo languire in dispensa. Se invece vuoi un compagno affidabile fino all’estate (e oltre), orientati su un filtrato ben fatto, conservato in vetro scuro o latta, lontano da luce, calore e aria. Anche a casa fai la tua parte: tienilo tra i 14 e i 18°C, chiudi sempre bene il tappo, evita di parcheggiarlo accanto ai fornelli, e se compri formati grandi travasali in bottiglie più piccole per ridurre il contatto con l’ossigeno.

La regola d’oro per gli acquisti

È semplice e salva-portafoglio. Non farti incantare dalla sola torbidità. Cerca l’annata di raccolta, valuta dove e come è stato conservato, diffida delle vetrine in piena luce e ricorda che un extravergine “pulito” è spesso più coerente, più longevo e, alla prova del piatto, più fedele ai profumi dell’oliva. L’olio extravergine non è una moda, è un alimento vivo: merita cura, e te la ripaga in ogni forchettata.

Chiudiamo con la soluzione in una frase chiara

Per un consumo rapido e stagionale via libera al non filtrato fresco; per qualità costante e dispense felici, meglio un filtrato fatto come si deve e ben conservato. Se hai già in casa un olio torbido, consumalo presto, tienilo al buio, lontano da fonti di calore e non ignorare il deposito sul fondo. Al prossimo acquisto, punta su bottiglie scure o lattine, scegli produttori trasparenti sul processo di filtraggio o decantazione, e ricorda che l’aspetto “vellutato” non è un indice di qualità, ma di instabilità potenziale.

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