masseriaruotolo.it - Non chiamatela solo cassatina: il dolce che racconta il coraggio di una Santa
Una vetrina di pasticceria, febbraio a Catania. Piccole cupole bianche, una ciliegia rossa in cima. Tutti le chiamano “cassatine”. Poi qualcuno sussurra: “Non è solo un dolce”. E la città annuisce.
A Catania, la pasticceria siciliana è memoria visibile. Ogni morso ha una storia. Qui la festa di Sant’Agata si celebra tra il 3 e il 5 febbraio, quando la città si ferma e le pasticcerie lavorano a ritmo di processione. In molte vetrine spuntano le “cassatine”. Ma chi vive la tradizione sa che quel nome è corto. E rischia di tagliare via il senso.
La culla è Catania. Il dolce nasce in ambito devozionale e popolare. Le origini precise non sono documentate con certezza. Molti studiosi collegano la ricetta ai monasteri tra Sette e Ottocento, quando le comunità religiose custodivano ricette e simboli. È un’ipotesi plausibile, ma non definitiva.
Il formato è da porzione. Il cuore è di ricotta di pecora, zucchero, gocce di cioccolato e canditi ben scolati. L’involucro è un piccolo pan di Spagna. La copertura è una glassa bianca, lucida, tirata sottile. La ciliegia candita, centrale. La qualità cambia con la ricotta: più è fresca e asciutta, più la crema resta setosa. I maestri fanno riposare la farcia una notte, per farle perdere siero. Un dettaglio semplice, ma decisivo.
A metà Ottocento, la tecnica della glassatura si diffonde nelle botteghe cittadine. Da lì cominciano le varianti: c’è chi aggiunge una fascia verde di pasta reale, chi profuma con vaniglia naturale o scorza di arancia di Ribera, chi usa pistacchio di Bronte nella copertura. Oggi esistono versioni al cioccolato o al pistacchio. Sono legittime evoluzioni, purché non coprano l’equilibrio dolce-sapido della ricotta.
E ora il punto che tanti evitano di dire per primo. Questo dolce non ha quella forma per caso.
Si chiamano Minne di Sant’Agata. “Minni”, in siciliano, vuol dire seni. La forma rimanda al martirio della Santa, avvenuto nel 251 d.C. secondo la tradizione. È un simbolo fortissimo. Non c’è compiacimento, c’è memoria. In mano non abbiamo solo una “cassatina”, ma un racconto di coraggio tradotto in cibo. È qui che l’espressione “antropologia del gusto” trova casa: la comunità elabora il trauma, lo affida alla cucina, lo trasforma in rito condiviso.
Fuori da Catania, il nome cambia e crea confusione. Nel Palermitano e nel Trapanese esistono le “minne di virgini”: dolci diversi, spesso di pasta frolla e crema, legati ad altre storie locali. Parentela nominale, non ricetta gemella. In Sicilia orientale, invece, il riferimento ad Agata resta chiaro. Durante la festa, le Minne affiancano le “olivette di Sant’Agata”, praline verdi che ricordano l’olivo del racconto agiografico. Due dolci, due immagini, un’unica tradizione civica.
C’è anche un’etica della misura: le migliori non stordiscono di zucchero, reggono il taglio, profumano di latte e agrumi. Si mangiano fresche, mai ghiacciate. Alcune pasticcerie indicano il giorno di produzione in etichetta. È un gesto di trasparenza che dice molto sul rapporto tra artigiano e città.
Allora, come chiamarle? “Cassatine” è comodo. “Minne di Sant’Agata” è giusto. Parole che rimettono il dolce nel suo contesto, accanto alle candele e ai passi lenti dei devoti. Voi, quando la glassa cede sotto il cucchiaino, cosa sentite di più: zucchero o memoria? Forse, in quell’attimo, la cucina ci ricorda che un simbolo può essere dolce senza smettere di essere vero. E che Catania, anche nel dessert, trova il coraggio di nominare le cose col loro nome.