Vi è mai capitato di sciogliere un pezzetto di cioccolato in una giornata storta e sentire che tutto si sistema? Eppure dietro quel profumo c’è una storia lunga e un po’ misteriosa, fatta di scambi segreti, viaggi per mare e scelte che hanno cambiato il mondo.
Quando gli Aztechi parlavano di cacao, non pensavano a merenda. Parlavano di soldi. Con i semi di cacao pagavano le tasse e, purtroppo, anche gli schiavi. Una vera “moneta che cresce sugli alberi”. Pensate che contavano ogni seme, come facciamo noi col resto alla cassa. Precisi, senza sgarrare.
Poi arriva la Spagna. Il cioccolato viaggia oltre l’oceano e diventa un segreto di Stato. Nei conventi, i monaci custodiscono la ricetta della cioccolata in tazza come fosse una chiave d’oro. Zucchero, spezie, silenzio. Per anni, nessuno doveva sapere. Un po’ come la ricetta della nonna che “non si dice a nessuno”, ma qui si giocava sul serio.
E la Chiesa? Si discuteva: “Bere cioccolata rompe il digiuno?”. Immaginate i parroci, le signore in cuffia, i dottori della fede. Si dovette decidere ufficialmente. C’è chi diceva sì, chi no. Alla fine, dipendeva anche da come era fatta. Densa come crema, o più bevanda? Mia nonna avrebbe sorriso: “Se ti consola troppo, conta!”. Sapete com’è.
Cioccolata in tazza densa e vellutata: il trucco buono dei monaci
Ingredienti per 2 tazze: 500 ml di latte (anche vegetale), 80 g di cioccolato fondente 70%, 35 g di cacao amaro, 40-50 g di zucchero, 10 g di amido di mais, Pizzico di sale, A piacere: cannella, vaniglia, un soffio di peperoncino (alla maniera azteca), scorza d’arancia

Procedimento: In una ciotola mescolate a freddo cacao, zucchero, amido di mais e sale. Così non fa grumi. Aggiungete un goccio di latte e fate una cremina liscia. Portate sul fuoco il resto del latte. Quando è caldo, unite la crema e mescolate. Appena sobbolle, aggiungete il cioccolato tritato. Fuoco dolce. 2-3 minuti, gira sempre. Si addensa piano. Spegnete, profumate con le spezie. Riposo 1 minuto. Versate nelle tazze. Velluto.
Consigli pratici: Più densa? +5 g di amido. Più fluida? Un filo di latte. Veg: latte di mandorla o avena. Serve 1 cucchiaino di amido in più. Zero sprechi: si conserva in frigo 2 giorni, coperta con pellicola a contatto. Si scalda a fuoco basso con un goccio di latte. Trucco di casa: un pizzico di sale esalta il gusto. Fidatevi, ci vogliono due minuti.
Intanto, il cioccolato faceva e disfaceva potenze. Domanda altissima in Europa, piantagioni in America e poi in Africa occidentale. Ricchezze che cambiavano rotta, guerre, tasse sui porti, navi assaltate. Non diremo che il cacao “da solo” ha buttato giù gli imperi, ma li ha spostati di sicuro: potere, traffici, destini. Un’ombra dolceamara.
E come siamo arrivati alle tavolette?
Spesso pensiamo al cioccolato come a un piacere scontato, ma la tavoletta setosa che scartiamo oggi è il risultato di una vera e propria epopea tecnologica. Per secoli è stato solo una bevanda amara e quasi “sacra”, finché l’Ottocento non ha deciso di cambiare le regole del gioco.

Tutto è iniziato nel 1828, quando Van Houten ha trovato il modo di separare il burro di cacao dalla polvere. Fu la scintilla che permise ai Fry, quasi vent’anni dopo, di compattare per la prima volta quel mix in una forma solida. Ma il cioccolato di allora era ancora lontano dalla perfezione: era granuloso, spesso duro e difficile da sciogliere.
La vera magia è arrivata dalla Svizzera, grazie a due incontri fortuiti. Prima quello tra Daniel Peter e Henri Nestlé, che unendo le forze riuscirono a domare il latte condensato creando la prima tavoletta al latte. Poi, il colpo di genio (o di fortuna) di Rodolphe Lindt: si dice che dimenticò una macchina accesa per un intero weekend, scoprendo che il rimescolamento continuo e il calore trasformavano la massa grezza in una crema liscia, profumata e priva di acidità. Era nato il concaggio, il segreto dietro la scioglievolezza che amiamo ancora oggi.
Ora che quel piacere è alla portata di tutti, la nostra attenzione si è spostata sulla consapevolezza. Scegliere un cacao single origin o sostenere filiere più giuste non è solo una questione di palato, ma un piccolo gesto che parla dei nostri valori.
A tavola, poi, c’è tutto un mondo da raccontare. Potreste spiegare ai vostri ospiti che il cacao “Criollo” è una rarità delicatissima, mentre il “Forastero” è l’anima robusta della produzione mondiale, con il “Trinitario” che cerca di rubare il meglio da entrambi. Quel profumo che vi abbraccia appena aprite la confezione? È il burro di cacao che fa il suo mestiere, semplice eppure profondamente misterioso.
Il mio consiglio? Stasera provate a preparare una tazza densa come una volta. Spegnete tutto, sedetevi e respirate quell’aroma. Fa bene all’anima prima ancora che al corpo. E quando vedrete negli occhi di chi vi sta accanto la domanda silenziosa — “Me la rifai domani?” — saprete che la risposta non può che essere un sì.