Non solo spaghetti: la storia incredibile di come la nostra pasta ha colonizzato ogni cucina del mondo

Un viaggio dalla semola alle tavole di Tokyo e New York: la pasta italiana, tra storia, tecnica e sorprese globali, raccontata senza stereotipi.

La pasta non ha un inventore unico. I documenti medievali parlano di itriyya nel Mediterraneo arabo. Le cronache siciliane del XII secolo citano formati essiccati a Palermo. La leggenda di Marco Polo non regge: non esistono prove che abbia “portato” gli spaghetti dalla Cina. Qui serve prudenza. Le somiglianze tra tagliolini e noodles esistono, ma i percorsi sono paralleli.

Origini contestate, sviluppo certo

Il salto decisivo avviene tra Napoli e la Campania. Il vento di Gragnano aiuta l’essiccazione. La diffusione del grano duro rende l’impasto stabile. L’Ottocento industriale introduce presse, rulli, forni. La pasta viaggia con gli emigranti e trova mercati nuovi. Oggi l’Italia produce circa 3,6–4 milioni di tonnellate l’anno ed esporta oltre il 60% in più di 200 Paesi. Il consumo pro capite in Italia resta intorno ai 23 kg annui. La produzione mondiale sfiora i 17 milioni di tonnellate. Sono numeri consolidati, aggiornabili ma coerenti.

Come si fa, davvero

La ricetta base è scarna: semola di grano duro e acqua. L’impasto riposa. La trafila modella. Le trafile in bronzo creano superficie ruvida e tenace. La essiccazione lenta a bassa temperatura tutela profumo e tenuta. La pasta all’uovo, più tipica del Centro-Nord, segue logiche simili ma con farine teneri e tuorli.

All’estero la sostanza resta, cambiano i dettagli

Il Canada guida il grano duro mondiale. Gli Stati Uniti e la Turchia trasformano volumi importanti. L’industria usa spesso trafile in teflon per accelerare. L’essiccazione ad alta temperatura riduce i tempi.

In Nord America molte paste secche sono “enriched”, con vitamine e ferro. Non è un bene o un male di per sé. È una scelta tecnologica e nutrizionale.

E poi succede qualcosa, a metà di ogni storia ben raccontata. La pasta esce di casa. E non torna più uguale.

Dalla trafila al bronzo al wok: la pasta nel mondo

In Italia la cottura è rito: acqua abbondante, sale a 10 g per litro, scolatura attenta, mantecatura. Il punto è l’al dente. Fuori, la scena cambia e si moltiplica. Negli Stati Uniti trionfano mac and cheese e salsa di pomodoro ricca.

In Brasile la “macarronada” della domenica unisce sughi di carne e convivialità. In Tunisia, tra i Paesi con più alto consumo, il condimento con harissa e tonno è quotidiano.

In Giappone lo chef usa il wok: mentaiko e burro sugli spaghetti, oppure il celebre “Napolitan” con ketchup nato nel dopoguerra. In Corea spunta la rosa-pasta al gochujang, cremosa e piccante.

In Nigeria i “pasta jollof” prendono il colore del riso rosso, tra pomodoro e spezie. In Germania cresce l’amore per penne integrali e ricette snelle.

Ogni Paese adatta tempi, salse, grassi. A volte sbaglia, spesso inventa.

La forza della pasta sta qui: è tecnica e libertà insieme. Regge la tradizione e invita al gioco. Ci dà misure esatte e lascia spazio al gusto del posto. Forse il futuro è già in una padella qualsiasi, sotto una cappa un po’ rumorosa. Cosa succede quando un formato familiare incontra una dispensa nuova?

Gestione cookie