Una coppa al naso, un odore di erbe e resina, un gesto antico che dice più di mille ricette: il vino, prima di essere piacere, fu cura, rito, linguaggio comune.
Capita di pensarci davanti a un calice. E se quel profumo raccontasse una storia più lunga della nostra? In Italia, il vino non è solo convivialità. È stato anche medicina, strumento di sopravvivenza, codice di rituali che hanno formato il nostro modo di stare insieme.
Dai medici antichi alle botteghe degli speziali
Gli autori classici lo dicono senza giri di parole. Ippocrate consigliava il vino medicinale diluito per disinfettare, scaldare, facilitare la digestione. Dioscoride, nel I secolo d.C., descrive decine di preparazioni: vini all’assenzio, alla ruta, al mirto. Galeno, poco dopo, distingue vini “leggeri” e “forti”, adatti a corpi diversi e stagioni diverse. Le fonti concordano su un punto: si allungava quasi sempre con acqua. La proporzione cambia da testo a testo (spesso 3:1 o 2:1), e non abbiamo una misura unica e certa per ogni epoca.
Il vino come veicolo di sostanze
Nel mondo romano il vino era anche veicolo di sostanze. Con il miele nasceva il mulsum; con spezie e resine il conditum; con mosto cotto il defrutum. La funzione terapeutica non fu un episodio. Nel Medioevo gli speziali maceravano erbe in vino per estrarre principi attivi. In età moderna, le farmacopee europee elencavano i “vini medicati”: il vino di china per la febbre, altri tonici a base di corteccia o spezie. Nell’Ottocento circolarono anche, in Europa e in Italia, vini “rinforzati” come il vino di coca, oggi improponibili ma utili a capire l’orizzonte culturale del tempo.
Il vino: solvente, conservante e igienico
Tutto questo aveva un senso pratico. Il vino era solvente, conservante e, in un’epoca senza acqua potabile sicura, un mezzo relativamente igienico. La bevanda dei soldati, la posca (acqua e aceto di vino), reidratava e disinfettava. Dati archeologici su anfore e rivestimenti interni confermano l’uso di pece e resine. Non conosciamo il grado alcolico medio di ogni produzione antica, ma la diluizione rendeva l’assunzione quotidiana gestibile.
Sapori reali e rituali che resistono
Com’era davvero il gusto? Diverso dal nostro. Spesso resinoso per via della pece che sigillava le anfore. A volte affumicato, per essiccazioni e cotture del mosto. Quasi mai “pulito” come un bianco moderno. Dolcificato con miele o concentrato di mosto. Speziato. E, soprattutto, diluito: un liquido più fine, meno alcolico al palato, più vicino a un decotto che a un super Tuscan. Questo spiega la sua reputazione di rimedio: non un colpo di testa, ma una matrice che trasporta farmaci naturali.
Il vino e i rituali
Intorno a quel gusto si costruirono gesti. I Greci versavano libagioni agli dei prima del simposio. I Romani aprivano il convivio con il brindisium e offrivano il primo sorso. La tradizione cristiana ha custodito il vino nella liturgia, trasformando il segno in sacramento. E qualcosa è rimasto. Il nostro brindisi, la lentezza del primo assaggio, l’uso del calice come oggetto “serio”. Le tradizioni italiane lo raccontano: San Martino, l’11 novembre, “il mosto diventa vino” e il novello si benedice; le feste dell’uva, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, uniscono vendemmia e comunità; in alcune campagne si benedicono vigne e botti a inizio stagione.
Il vino oggi: un segno culturale potente
Oggi beviamo in modo diverso. La scienza ha separato la cura dall’alcol. Il vino non è un farmaco e non deve esserlo. Ma resta un segno culturale potente. Se sfioriamo il bordo del bicchiere, ripetiamo un gesto che ha attraversato secoli di usi antichi. Forse vale la pena chiedersi, alla prossima cena: quale parte del sapore che sento appartiene al presente, e quale è un’eco di voci lontane? Per qualcuno sarà solo un rosso fragrante. Per altri, un piccolo varco nel tempo.