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Regime forfettario e partita IVA: conviene ancora nel 2026?

Una moka sul fuoco, due conti sul quaderno e un dubbio che scotta: nel 2026 il forfettario conviene? Tra esempi concreti e piccoli trucchi, facciamo chiarezza senza svelare tutto subito.

In cucina, con il profumo del caffè e la calcolatrice a portata di mano, mi chiedete spesso se il regime forfettario conviene ancora nel 2026: vi rispondo con calma, come tra amiche, perché la ricetta giusta c’è… ma il trucco sta in due passaggi semplici.

La domanda del mattino: Forfettario sì o no?

Stamattina, impastavo una torta e mi arriva un messaggio: “Apro la Partita IVA. Forfettario sì o no?”. Ecco, la risposta non è una sola. Dipende da quanto fatturi, dai costi che hai e da che lavoro fai. Però c’è un filo rosso che ci guida. Tenete il cucchiaino pronto.

Ingredienti del regime forfettario

Partiamo dagli “ingredienti”. Il forfettario funziona così: Fino a 85.000 euro di ricavi annui puoi restare nel regime. Paghi un’imposta sostitutiva del 15% (oppure 5% per i primi 5 anni se rispetti i requisiti di nuova attività). Niente IVA in fattura e niente IRAP. Contabilità leggera, meno scartoffie. Fatturazione elettronica obbligatoria per tutti. Occhio al forno che scotta: oltre i 100.000 euro si esce dal regime subito; tra 85.000 e 100.000 di solito si esce dall’anno dopo. Meglio tenere d’occhio il “timer”.

Calcolo dell’imposta nel forfettario

Come si calcola quanto paghi davvero? Qui entra il “peso dell’impasto”: il coefficiente di redditività (cambia per categoria). In pratica, una parte dei ricavi viene considerata reddito. E su quella applichi il 15% (o il 5%). Esempio concreto: se fatturi 30.000 euro e il tuo coefficiente è il 78%, il reddito imponibile è 23.400 euro. Imposta al 15%? Circa 3.510 euro. Poi ci sono i contributi: artigiani e commercianti pagano l’INPS con possibilità di riduzione del 35% su richiesta; i professionisti con cassa versano alla propria cassa. Si tolgono prima dal reddito, così l’imposta scende.

Esperienze concrete: Maria e Zia Gina

Vi svelo un aneddoto. La mia amica Maria, grafica, ha costi bassi: computer, software e poco altro. Per lei il forfettario è stato una carezza: poche spese reali e conti in ordine. Zia Gina invece, che sforna torte su ordinazione, compra burro, uova, farina a chili: con tanti costi reali, il forfettario le stava stretto, perché nel forfettario i costi non si deducono uno a uno. È passata all’ordinario e ci ha guadagnato.

Il cuore del consiglio: conviene se i costi sono leggeri e i ricavi sono stabili

Facciamo la “ricetta” in 4 mosse, veloce veloce: stima i ricavi dell’anno. Realistici, mi raccomando. Applica il tuo coefficiente di redditività (chiedi la tabella al commercialista o cercala sul sito dell’Agenzia). Togli i contributi previsti. Calcola il 15% (o 5%). Confronta a spanne con l’ordinario: se hai molte spese (affitti, materiali, consulenze), l’ordinario può battere il forfettario.

Piccoli trucchi di dispensa

Piccoli trucchi di dispensa: In fattura, senza IVA, ricordati del bollo da 2 euro oltre 77,47 euro. Si paga periodicamente: meglio segnarselo, così non si accumula. Tieni un quaderno (o un file) con entrate mese per mese: quando ti avvicini a 85.000, abbassa la fiamma. Meglio non bruciare la soglia. Scadenze? Pensa ai “tempi di cottura”: acconti e saldo imposta tra giugno e novembre; i contributi hanno i loro appuntamenti. Un promemoria sul telefono e passa la paura.

La verità sul forfettario nel 2026

La verità: il forfettario nel 2026 può ancora essere comodissimo. Ma non per tutti. Se i tuoi costi sono pochi e prevedibili, è come una torta soffice che riesce sempre. Se i costi sono tanti, meglio cambiare stampo. Fate due conti con calma, magari davanti a un caffè qui su Caffè Notizie. Provate anche voi: vedrete che scelta più serena… e che sorriso a tavola quando i conti tornano.

Redazione